Seleziona una pagina
Il nostro cervello ci sorprende

Il nostro cervello ci sorprende

Il cervello è un sistema assai più aperto di quanto abbiamo mai immaginato e la natura ci ha dato davvero molto per aiutarci a percepire e osservare il mondo intorno a noi. Ci ha consegnato un cervello che per sopravvivere in un mondo in continua trasformazione, si trasforma a sua volta.

Norman Doidge, Il cervello infinito.

Interessanti notizie per tutti, soprattutto per chi non è più proprio giovane. Salta fuori che quello che ci insegnavano a scuola (ai tempi miei) e cioè che il numero dei neuroni a nostra disposizione è solo quello con cui siamo nati non è affatto vero!!! Per anni si è creduto che a differenza di altri tipi di cellule (come per esempio quelle di fegato, pelle, sangue, ossa e intestini) i neuroni non fossero in grado di rigenerarsi il che spiegherebbe perché una volta ero la prima della classe e ora ho la memoria di una formica. E invece no. La spiegazione deve essere un’altra perché ormai è provato che le cellule cerebrali muoiono certamente ma si possono anche rigenerare.

E’ solo dagli anni novanta che ha iniziato a farsi avanti questa teoria ma ormai i concetti di neurogenesi e neuroplasticità sono definitivamente riconosciuti.

Conosciamoli anche noi allora.

La neurogenesi è la capacità di generazione di nuovi neuroni.

La neuroplasticità è la capacità del cervello di riorganizzare se stesso nel corso dell’intera vita alterando le sue proprietà fisiche, biologiche e chimiche, formando nuove connessioni neurali fra i neuroni sani in risposta a nuove situazioni o cambiamenti che si verifichino nell’ambiente circostante.

Affinché i neuroni siano in grado di creare nuove connessioni efficaci devono però essere stimolati in modo adeguato.

La domanda spontanea è se il cervello si modifica ogni volta che apprendiamo qualcosa di nuovo. Ebbene sembra che non sia così seppure apprendere continuamente sia molto salutare. Pare comunque che il cervello aggiorni il suo potenziale quando il nuovo apprendimento comporta un cambiamento del comportamento dell’individuo.

Ecco quindi che anche il concetto di carattere come inteso come un patrimonio genetico e immutabile viene meno, in quanto esso non è altro che il risultato di una serie di comportamenti reiterati e scelti, sia nel bene che nel male. Cambiamo i comportamenti (con gradualità) e anche il carattere (con altrettanta gradualità) incomincerà a cambiare.

Non si nasce pigri o rabbiosi, ci si abitua ad esserlo attraverso una serie di scelte più o meno consapevoli.

Questi concetti portano in sé due verità importanti:

1 – carattere e performance del cervello si possono cambiare a qualsiasi età (con tempi e risultati differenti: è naturale che la neurogenesi e la neuroplasticità di un bambino non sono quelle di un anziano, ma non stiamo facendo una gara!)

2 – dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, non possiamo più demandare al destino, alla genetica, al “sono fatto così”. Tutto forse no, ma moltissimo è nelle nostre mani e dipende dalle nostre scelte, quindi ci conviene compiere scelte buone, perché da esse dipende la qualità della nostra vita presente e soprattutto futura. Un cervello bene allenato sarà sicuramente in grado di reagire meglio in caso di malattie o eventi traumatici come per esempio un ictus e questo ho avuto personalmente occasione di poterlo verificare vedendo la rapidità di progressi di una persona a me vicina colpita appunto da questo trauma, persona che aveva e ha tuttora un cervello costantemente allenato nonostante l’età.

Bene se dobbiamo scegliere la nostra qualità di vita sentiamo che cosa ci consigliano gli esperti.

Indovinate un po’?  Niente di nuovo:

  • Alimentazione corretta e controllo del peso (secondo Perlmutter le dimensioni del cervello sono inversamente proporzionali al sovrappeso il che nel mio caso spiegherebbe parecchie cose);
  • Integrazione alimentare con i nutrienti che combattono i radicali liberi, come i famosi omega3;
  • Movimento, movimento, movimento! perché l’attività fisica stimola il rilascio, fra le altre, di sostanze (le cosiddette BNDF) che favoriscono la rigenerazione neuronale.
  • Gestione dello stress.

Possiamo quindi concludere che abbiamo davvero un grande potere sulla nostra vita. Io lo sto scoprendo giorno per giorno e mi vergogno per tutte le volte che mi sono pianta addosso in passato oppure ho scaricato la responsabilità al di fuori di me.

Ma quel che fatto è fatto e siamo tutti qui per ricominciare.

Abbiamo la possibilità di cambiare e allora cambiamo! Senza porci obiettivi stravolgenti ma con gradualità.

Sono una grande sostenitrice della gradualità, perché è l’unica strategia che può portare alla costanza e al raggiungimento di tanti piccoli obiettivi misurabili, incoraggianti, festeggiabili che sommati gli uni agli altri delineano man mano un percorso magari più lento, ma più sicuro, verso il raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi.

E ultima considerazione strettamente personale: invecchiamo serenamente, nulla è finito nulla è perduto. Abbiamo la possibilità di vivere ancora tante esperienze, di buttarci il passato alle spalle, di entusiasmarci, di porci degli obiettivi che non siano solo quelli di tirare a sera. Godiamoci questa età di maggiore maturità, serenità e consapevolezza. Curiamo il nostro corpo non per gli altri ma per noi stessi. Prendiamoci meno sul serio, ridiamo di più e tutto il nostro corpo, cervello compreso, sarà dalla nostra parte.

Read more
Terzo step: SII AMICO DEL TUO CORPO

Terzo step: SII AMICO DEL TUO CORPO

Eccoci a quello che ho individuato come il terzo passo necessario per poter ricominciare veramente, perché ricominciare amici non è una cosa da poco, comporta un dispendio di energie fisiche e mentali notevoli. Quindi chiediamoci: le abbiamo queste energie? Il nostro corpo è dalla nostra parte o rema contro. O meglio l’abbiamo ascoltato e ben trattato negli ultimi anni o lo abbiamo trascurato se non preso a calci?

Indovinate un po’ cosa ho fatto io? Calci, calci, calci e più me ne rendevo conto più calci gli tiravo come se in qualche modo dovessi punirmi o fossi convinta che non valesse più la pena di dargli le giuste attenzioni.
O di dare a me stessa le giuste attenzioni perché noi e il nostro corpo non siamo poi tanto distinti.

L’importanza di un fisico in forma cioè di un sistema di supporto in grado di darmi energia e allineato con la mente è stato il concetto più difficile da metabolizzare e la consapevolezza di dover cambiare pesantemente rotta ha richiesto una lunga maturazione. Negli anni passati mi ero concentrata essenzialmente a piangere sull’aspetto esteriore. Fino a 38 annI ero sempre stata in super linea poi il dolore della mente si è espresso anche attraverso il corpo e gradualmente mi sono ritrovata con 30 kg in più, senza capelli per diversi anni e, una volta ricresciuti in parte questi ultimi ho assistito ormai quasi divertita alla sparizione di quasi tutte le sopracciglia. Un’immagine di me difficile da accettare e meno la accettavo e più la situazione peggiorava e

A un certo punto tutto questo non ha più avuto importanza: ho sentito (più che capito) che non era importante la carrozzeria bensì il motore. Sarebbe ridicolo e doloroso ripropormi come obiettivo un’immagine di me stessa appartenente al passato, perchè io non appartengo più al passato ma al momento presente e al futuro.  Quello che invece ho sentito aver senso è stato chiedere scusa al mio corpo per come l’avevo trattato e iniziare a piccoli passi a rifarmelo alleato in modo da non alzarmi più la mattina già stanca, non crollare sul letto l’intero week end, non sentirmi un’ottantenne ogni volta che dovevo piegarmi, non arrivare distrutta a fine giornata.

E’ quindi cambiata la foto di me stessa appesa che, attaccata con un puntina da disegno nella mia mente, doveva diventare il mio obiettivo da raggiungere: non una trentenne in minigonna, ma una cinquantenne piena di energia in grado di rimettere in sesto la sua vita a 360 gradi. Avere un obiettivo che sia raggiungibile cambia tutto il quadro della situazione, sempre.

Ora, anche da giovane non sono mai stata sportiva. Non mi è mai piaciuto nessun tipo di sport, non sono mai stata portata e sono sempre stata pigra. Ero magra perché mi denutrivo e appena aumentavo di mezzo chilo mi denutrivo ancora di più, così era facile rimanere nel range prefissato sostenuta da una buona dose di vanità.

Mi sono quindi trovata a un empasse. Mi era chiaro che mangiare meno e soprattutto meglio e muovermi di più non erano un’opzione sostituibile ma non avevo nessuna intenzione di impormi una dieta né di praticare uno sport che comportasse iscrizioni a qualche palestra o corso, nè tanto meno l’acquisto di abbigliamento frivolo-sportivo. E certamente non volevo avere l’incubo della bilancia, da anni nemica giudicante e crudele. L’unica misurazione che ero disposta ad accettare non era in termini di kg o cm bensì in termini di energia. Ho letto, ho letto molto, ho scartato quasi tutto tranne alcuni dei suggerimenti del dott. Filippo Ongaro i cui libri e video consiglio vivamente (sono facilmente rintracciabili in rete).

Nei mesi di studio e di riflessione intanto ho incominciato a perdere naturalmente un po’ di chili anche perché essendo più serena la fame diminuiva e senza sforzi ho iniziato a mangiare di meno.

Prima convinzione quindi: se non si è a posto a livello emotivo e non si è sostentuti dalle giuste motivazioni si possono fare tutte le diete del mondo ma alla prima occasione si riprendono tutti i kg persi con tanto di interessi, quando non si perdono altre cose come per esempio la salute.

Del dott. Ongaro ho iniziato a fare miei due suggerimenti semplici e poco faticosi: assumere degli integratori e incominciare a ridurre le porzioni del 10% circa migliorando la scelta degli alimenti in termini di qualità. Devo dire che l’introduzione degli integratori nel mio caso ha portato beneficio proprio in termini di energia. Per integratori non intendo niente di particolare. Io ho scelto quelli che si trovano anche nei supermercati per donne con più di 50 anni.

Rimaneva il problema movimento: tutte le mie fonti, Ongaro in testa, erano concordi. Il movimento fa bene e non si può derogare. Per me questo era un vero problema perché non c’era proprio nulla che mi andasse di fare e mi sembrava di non avere mai il tempo per farlo. Allora mi sono fermata ancora una volta a riflettere: quali erano i miei must? Se dovevo iniziare a fare attività fisica dovevo mettermi in testa che avrei dovuto farla tutta la vita e perchè questa condizione potesse essere soddisfatta,  per come sono fatta io, doveva essere una attività che potessi fare ovunque, a costo pressochè nullo, non troppo intensa, e che non comportasse la necessità di altre persone per essere svolta. Ma soprattutto doveva essere un’attività divertente. Dovevo solo trovare la soluzione dell’equazione ma il patto con il mio corpo ormai era sancito. Piano piano, insieme saremmo tornati ad essere una squadra, una squadra che gioca con obiettivi a lungo termine e senza ansie.

In un prossimo post condividerò con voi le soluzioni che ho trovato. In questo articolo volevo sottolineare l’importanza dell’equilibrio mente corpo. Non basta l’uno e non basta l’altro. Ho dovuto sperimentarlo di persona per convincermi di un concetto scontato e vecchio di anni. Ed è stata una scoperta strabiliante, uno dei cambiamenti più positivi della mia vita, un altro dono!

Ah, per chi è già in super forma consiglio di verificare che la vostra attenzione sia sempre rivolta al motore. Poi ci sta anche la carrozzeria, purchè non diventi un’altra gabbia dorata di cui alla fine si diventa prigionieri. Ma avremo occasione di riparlare anche di questo.

A qualunque punto voi siate: change is good!

 

Read more
Secondo step: RISCOPRI TE STESSO

Secondo step: RISCOPRI TE STESSO

Ricominciare nel mio caso ha richiesto una certa gestazione e una discreta quantità di tempo, forse perché dovevo rielaborare molti anni e molti eventi. Probabilmente non è così per tutti, ma io posso solo condividere la mia storia.

Consiglio di continuare a leggere principalmente a chi sente di essere lontano da quello che si era prefisso di essere dieci o vent’anni prima o anche solo cinque, a chi nemmeno ricorda di essersi prefissato qualcosa, a chi non si emoziona più in quelle occasioni che una volta non lo facevano dormire la notte prima per l’attesa, a chi vede le sue giornate come immagini sfocate, a chi vede se stesso allo specchio come un’immagine sfocata, a chi non sa più per chi o per quale motivo stia vivendo la sua vita.

Questo stato d’animo può essere scatenato da un evento traumatico (un licenziamento, una separazione, un lutto, una perdita in generale), ma può anche essere il risultato di un lento e silenzioso depositarsi di incrostazioni sul nostro cuore che così appesantito non batte più al ritmo giusto.

Personalmente sono stata per molto tempo nella seconda situazione ben conscia di esserci, ma non ho avuto il coraggio e la forza di reagire. C’è voluto il famoso evento e di questo un po’ mi dispiaccio, ma spero che le mie parole possano spronare anche solo una persona a prendere in mano la propria vita consapevolmente, prima che sia qualcun altro o qualcos’altro a obbligarlo a reagire.

Mi sembra anche giusto sottolineare il fatto che non necessariamente ci deve essere una situazione drammatica da cui scappare o da rimediare. Mi rendo conto che tendo a vederla in questo modo perché la mia scelta di ricominciare è avvenuta in un periodo davvero duro della mia vita, ero come si usa dire alla frutta, ma la mia esperienza personale è per l’appunto personale.

Bene che cosa vuol dire riscoprirsi e perché è importante?

Riscoprirsi ha significato per me fare una specie di inventario delle mie qualità, delle mie potenzialità, dei miei desideri, di ciò che mi rende felice, di ciò che mi fa stare bene.

Ho cercato di mettermi in una posizione di osservazione esterna e quanto più possibile distaccata, ho preso dei fogli bianchi e ho incominciato a fare una sorta di brainstorming personale scrivendo, disegnando, sottolineando, colorando, scarabocchiando tutto quello che mi veniva in mente senza nessun ordine e soprattutto senza nessun giudizio. Quei fogli erano miei: li vedevo soltanto io ed erano il mio modo di focalizzarmi su qualcosa di davvero importante. Potevo scrivere tutto quello che volevo. Non mi sono data un tempo, mi sono data tempo; il tempo che sentivo necessario. Pian piano riorganizzavo le parole chiave che avevo scritto cercando di raggrupparle in categorie, cambiavo i raggruppamenti, evidenziavo quelle che in qualche modo sentivo come più significative, ragionando più con la pancia che con il cervello. Alla fine, pur sapendo che non bisogna mai ragionare in negativo, ho sentito l’esigenza fortissima di stilare una lista delle cose che per nessun motivo al mondo avevo più intenzione di fare, dei sentimenti che non ero più disposta a provare e delle persone con le quali non intendevo più avere rapporti. Probabilmente un coach o uno psicologo potrebbero contestare questo mio approccio ma per me è stato forse il punto focale. La decisione di dire basta a ciò che mi faceva soffrire, che mi castrava in qualche modo, la sensazione di riprendere in mano la mia vita con l’obiettivo irrinunciabile di ricominciare a stare bene sono stati motori potenti e momenti di vera rinascita. Avendo già metabolizzato il passo del perdono, sia nei miei confronti che nei confronti degli altri, tutte queste decisioni non sono state condizionate da rancori o risentimenti, né tanto meno da desiderio di vendetta. Ero serena nel dire “questa persona non deve più far parte della mia vita e dei miei pensieri” il che non significava che non le volessi più bene e non le augurassi il meglio che la vita poteva offrirle. E giusto per specificare non parlo di relazioni sentimentali. Mi riferisco a rapporti che per lunghi anni hanno lentamente logorato la mia autostima, la mia propensione a provare sentimenti positivi, la mia capacità di reazione e mi assumo interamente la responsabilità di aver permesso che questo avvenisse perché ho finalmente capito che i sentimenti che proviamo come conseguenza di quello che ci succede è nostra responsabilità, non colpa, responsabilità: ed è solo nostra.

Recentemente Emanuela Fato ha suggerito un passo al quale non avevo minimamente pensato, ma che consiglio a voi: quello di chiedere alle persone che ci conoscono, che hanno percorso un pezzo di strada con noi, quale immagine hanno della nostra persona dai vari punti di vista (professionale, personale e quant’altro).

Bene amici, riscoprire se stessi, togliere ad una ad una tutte quelle incrostazioni che durante gli anni abbiamo permesso che si stratificassero vi assicuro che riporta alla luce la perla che non sospettavamo di essere. Tutti quanti siamo perle, ognuna diversa dalle altre ma, tutte ugualmente preziose. Meritiamo di tornare a brillare per noi stessi e per portare luce agli altri. Riscoprire e soprattutto rimettere al centro della nostra vita noi stessi non è un atto di egoismo. Non significa rifiutare le nostre responsabilità, non significa dire “starei tanto meglio da solo, mollo i figli e me ne scappo a Bora Bora”. Significa anzi distinguere le nostre vere responsabilità da quelle che ci siamo assunti ma non ci competono. Significa presentare ai nostri figli e alle persone che amiamo una versione migliore, più positiva di noi stessi, anche se magari meno zerbino e apparentemente più scomoda. Significa porsi nei confronti del lavoro con maggiore consapevolezza rispetto a  quali sono i nostri reali obiettivi, rendendosi magari conto di quante energie abbiamo speso per inseguire obiettivi che in realtà non erano nostri.

Non saltate dunque questo importante incontro con voi stessi: riscoprite la vostra parte più bella e tutte le vostre risorse prima di impostare il vostro nuovo cammino.

Buona ricerca!

 

Read more
Distrutta, ma FELICE

Distrutta, ma FELICE

Questi ultimi giorni sono stati particolari. Non ero in forma per problemi fisici di poco conto, all’inizio, terminati in un week end di passione causa sushi (i controlli incrociati con la mia commensale hanno confermato il sospetto). Week end che poteva essere bellissimo: in camper a Porlezza, temperatura ideale, posto ideale, colori ideali. Eppure, nonostante il malessere fortissimo, questi giorni sono stati dei gran giorni. Mercoledì sera l’incontro con Davide Cardile e tutti i Purple People all’Aperiviola al Copernico di Milano, giovedì una merenda a casa della mia Fatima, venerdì la tipica accoppiata Ikea-Sushi che contraddistingue le uscite con la mia più che amica Rita (la prossima volta il sushi lo sostituiamo con una pizza nostrana) e nel week end la richiesta di contatto da parte di Anna, una persona che in passato ha avuto molta importanza nella mia vita e ha in realtà continuato ad averne ma per una sorta di rispetto dovuta al fatto che entrambe abbiamo attraversato periodi difficili, non ci eravamo più sentite.

Un contatto linkedin, il primo veramente scelto nel confuso mare linkediano, attratta da una immediata affinità; degli emeriti sconosciuti amici suoi che ora in parte sono anche amici miei (in una serata? Sì in una serata).

Una donna semplice e meravigliosa, la più dolce e profonda del mondo, che ogni volta sa farmi sentire una regina e mi stupisce sempre con la sua saggezza e delicatezza così insolita data la giovane età.

Un’ex collega che è ormai da anni una delle mie più care amiche (amiamo chiamarci le sorelle soffici perché non siamo propriamente filiformi) che riesce a farmi ridere come pochi al mondo,

Una giovane donna che è stata un punto di riferimento negli anni che credevo difficili (non sapendo cosa sarebbe venuto dopo) di mio figlio.

Ognuno e ognuna di loro una fonte di emozioni belle, così belle che me le sono volute cullare nel cuore fino ad oggi in cui faccio fatica a scrivere perché la testa è vuota e il corpo non mi regge. Ma sento la necessità di condividere. Sento la necessità di evidenziare il fattore comune alla base della mia felicità, o per essere più precisi di quel senso di appagamento e soddisfazione profonda che dura molto più a lungo della felicità.

Il fattore comune capace di generare queste emozioni, come quasi sempre avviene nella mia vita, sono le persone. Le persone belle e disinteressate. Le persone con cui puoi essere te stessa, a cui non devi dimostrare nulla, le persone alle quali silenziosamente auguri ogni bene e loro nemmeno lo sanno. Persone diverse da te, per età, sesso, passioni, scelte di vita, religione. Ma uguali a te per come si pongono nei confronti delle altre persone: come dei pari, con le mani tese sia per dare che per ricevere, persone che non ti vogliono fregare, non ti vogliono vendere qualcosa dietro a un sorriso finto, non hanno secondi fini.

Sono convinta che a volte il fatto di non essere nessuno come me sia un vantaggio, non un fallimento, perché si può essere certi che le persone che ti cercano, cercano te. Ed essere scelti è una gran bella sensazione.

Il mio professore di italiano delle medie usava correggere i temi cerchiando tutti i termini ripetuti (io peccavo spesso per cui i cerchi diventavano triangoli, quadrati, stelline…). Tutto quel cerchiare mi è rimasto nel cervello pertanto cerco sempre di stare attenta a trovare sinonimi per non cadere nella ripetizione. Ma questa volta ho ripetuto i termini persona e persone senza sensi di colpa e sarei ben felice di cerchiarli in rosso io stessa perché sono troppo importanti e a volte troppo maledettamente scontati.

A tutte le persone che hanno reso e rendono la mia vita speciale, che hanno determinato quella che sono, che palpitano nel mio cuore: un grazie profondo. Non le nomino tutte perché loro sanno quanto sono importanti per me.

E a tutti coloro che non hanno capito quanto potrebbero dare e quanto potrebbero avere ma restano convinti che dal loro finto piedistallo la vista sia più bella va il mio augurio sincero: la vita non è ancora finita e la porta è sempre aperta, basta scendere e aprire il cuore.

Read more
First thing first: PERDONATI

First thing first: PERDONATI

Qualsiasi sia il motivo per cui una persona avverta l’esigenza di ricominciare, secondo il mio personalissimo studio compiuto su me stessa e su un discreto numero di amici e conoscenti che stavano (e alcuni stanno ancora) spalmati sul pavimento c’è un primo grande difficilissimo passo da fare. PERDONARE SE STESSI; senza questo primo step sarà difficile se non impossibile riscoprire le nostre potenzialità.

La quantità di sensi di colpa che abbiamo interiorizzato negli anni è enorme e spesso non ne siamo consapevoli. Il mondo esterno certamente ha rincarato la dose buttandoci addosso tutto quello che poteva, perché è un dato di fatto che il gioco dello scaricabarile, anche inconscio, è molto diffuso. Ma in fondo noi avevamo la scelta di prenderci sulle spalle la colpa o rifiutarla. Indovinate un po’? Ce la siamo caricata e magari ringraziando. Prima di Natale ho partecipato a un evento che si intitolava la Perdonanza, organizzato da La via di Casa a Corgeno di Vergiate, e siccome avevo già in qualche modo individuato la mia enorme fame di perdono resa evidente dall’altrettanto enorme rabbia che mi divorava, sono stata subito attratta dal nome. E’ stata un’esperienza meravigliosa, trasformante, durante la quale io ho colto l’intervento della mano divina, altri avranno colto delle strane casualità. Sono uscita quella sera in pace con me e con il mondo e ho lavorato molto per mantenere quella pace. E posso dire che ora valuto bene quando devo sentirmi in colpa e quando no. Se sbaglio, e sono una fuoriclasse in questo, chiedo scusa e finisce lì, almeno per quanto riguarda me. Se una responsabilità non è mia si alza automaticamente una racchetta che la rispedisce al mittente come una pallina da tennis. Prima di indicarvi un articolo che fra i tanti ho ritenuto il più semplice e interessante vorrei riassumere quella che è diventata la mia strategia per non diventare il capro espiatorio di tutti i mali del mondo evidenziando quelli che ho individuato essere i campi della vita dove la pioggia di colpe è particolarmente abbontante, continuativa e dolorosa:

  • Al lavoro non ci sono solo io: se le cose vanno male cerchiamo di capire INSIEME qual è il problema e troviamo INSIEME una soluzione; rifiuto serenamente di essere il punging ball di tutta la catena gerarchica solo perché di mia natura sono umile e portato all’introspezione o perché ho deciso di non dire sempre di sì in faccia e di no alle spalle o anche semplicemente perché ho commesso un errore. Errori ne hanno commessi tutti;
  • In una relazione sentimentale si è in due (generalmente), nessuno dei quali perfetto; rifiuto serenamente di assumermi le colpe di eventuali malcontenti, tradimenti, lavatrici che si rompono…, tasse che ci si è dimenticati di pagare ecc… Qualsiasi siano gli errori che ENTRAMBI abbiamo fatto si possono rimediare capendone le cause, mettendosi onestamente in gioco e riportando l’amore al primo posto;  Se ne vale la pena ovviamente. Altrimenti rifiuto nuovamente di essere l’unica causa di una eventuale separazione.
  • IMPORTANTE: io non sono i miei figli. Ho fatto degli errori, ho fatto anche tanto bene. Ho fatto quello che sono riuscito a fare, come tutti i genitori. Se i miei figli hanno un carattere originale non necessariamente è colpa mia e non è autoflagellandomi che risolverò la situazione. Io mi assumo le mie responsabilità, l’altro genitore si assuma le sue e soprattutto i figli si assumano le loro (non volendo coinvolgere la scuola dove comunque trascorrono una buona parte della loro vita).

Questo non vuol essere un’esortazione a lavarsene le mani, vuole essere un invito a rendersi conto che non siamo perfetti come vorremmo essere, non siamo l’ideale che ci eravamo prefissi di diventare, ma nessuno lo è e per quanto importanti e insostituibili e presuntuosi crediamo di essere non è materialmente possibile che riusciamo a generare da soli continue catastrofi. Come diceva Manzoni “la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio cosí netto che l’uno stia tutto da una parte, e l’altro tutto dall’altra” e come dice la nuova Fulvia 2.0 (ancora in versione beta) chi se ne importa della ragione e del torto. E’ andata come è andata: colpa mia, colpa tua, colpa del vicino di casa. Chiediamo scusa, accettiamo le scuse, perdoniamoci, perdoniamo e guardiamo avanti cercando di dare un valore positivo agli errori commessi almeno non saranno stati vani! Vi lascio con il link a questo chiaro e benfatto articolo di Riza

Read more
La paura del fallimento: condizionati sin da piccoli.

La paura del fallimento: condizionati sin da piccoli.

Ricominciare significa in qualche modo cambiare, non c’è scappatoia. E cambiare può avere due esiti (semplificando) uno dei quali è il fallimento. E allora spesso rimaniamo in una situazione di stallo. Meglio non avere risultati che doverne accettare uno negativo. Devo cambiare lavoro? E se non lo trovo? E se lo trovo e non riesco? E se lo trovo lontano e non riesco a seguire la famiglia?….. Esco da una esperienza sentimentale finita male? E se non riesco a trovare più nessuno? E se soffro ancora? E se incomincia bene e poi finisce un’altra volta? E tanti altri esempi di tante altre situazioni si potrebbero fare. In questo periodo di pagelle poi c’è l’incubo bocciatura, debito, voti bassi, voti alti ma non alti come speravo…

Perché il fallimento ci spaventa tanto? Perché preferiamo lo stallo e la lamentela? Perché dobbiamo sempre attribuire la colpa di quello che ci succede a qualcun altro o qualcosa d’altro?
Un bambino piccolo impara sbagliando, provando e sbagliando e non si sente in colpa fino a quando un adulto non lo rimprovera o non lo deride magari inconsapevolmente.
Poi comincia la scuola a partire dalla materna: non stai nei contorni, tagli storto,  non  sai stare fermo. Ho avuto delle amare esperienze con i vari gradi di scuola dei miei figli per cui forse non sono obiettiva ma ricordo chiaramente il dolore causato dai confronti con gli altri bambini, espliciti o sottintesi.
I commenti sui voti, il giudizio legato a un voto. Il tuo elaborato o la tua interrogazione è da 4? Scrivo quattro sul registro non do quattro a te, non mi permetto di dire non studi, non capisci, perché non so che cosa succede dentro di te. So che il tuo risultato è un 4, sebbene tu non lo sia,  e so che da quel quattro se sei sereno e se ti aiuto, puoi imparare e arrivare a 5, e poi a 6 e poi dove riuscirai, con i tuoi tempi.
Ma non finisce con la scuola: devi essere in ordine, devi saper nuotare, devi cantare bene, saper sciare, essere possibilmente snello e la lista si allunga all’infinito. Ma perché? O meglio PER CHI sin da piccoli dobbiamo essere sempre all’altezza di tutto?  Per avere un futuro migliore? Perché lo sport fa bene? Perché saper suonare può dare delle opportunità in futuro? Ma quale bambino sta a pensare al proprio futuro professionale?  Forse in fondo ai genitori piace poter dire a se stessi “che bravo figlio che ho”, che equivale a dire “che bravo che sono stato a educarlo” oppure “che bello che lui o lei è riuscita a fare quello che non sono riuscito a fare io da piccolo”. Poi una parola buttata lì al vicino di casa, al genitore della pecora nera della classe, al collega che magari non ha figli e non gliene importa proprio nulla, una parola magari anche due o dieci per fare sapere che la propria prole è proprio un gioiellino.
Ma questi bambini, adolescenti, più che adolescenti…potranno sbagliare in santa pace con il benestare di insegnanti e genitori, potranno imparare a perdonarsi e a valorizzare i propri errori accompagnati da chi gli è loro più vicino?
Potranno imparare a sentirsi unici quando invece gli altri li  vogliono far sentire dei  fallimenti, magari per sentirsi un po’ meno fallimenti loro stessi?

Perché la vita con buona probabilità è lunga e di prove ce ne saranno tante e le occasioni per cadere saranno altrettante. Noi, ex bambini, ex adolescenti, oggi adulti (fuori ma dentro chissà), a volte riusciremo e saremo contenti e orgogliosi di noi stessi. A volte non riusciremo e allora con dolorosamente ci domanderemo: come faccio a dirlo agli altri? Come faccio a dire a mio marito o mia moglie che non mi hanno confermato il lavoro? Come faccio a confessare ai miei colleghi che il casino l’ho fatto io e mi dispiace, ma ormai è fatto tanto vale cercare tutti insieme una soluzione. Come faccio a dire ai miei genitori che invece di 20 esami come pensano loro ne ho dati solo 10? Come faccio a dire a me stesso che ancora una volta ho sbagliato senza sentirmi inadeguato, senza provare il peso del fallimento, senza considerarmi non degno di stima?

In questo senso sono stata una peccatrice seriale. Ho giudicato molto e a sproposito e tante, troppe volte mi sono giudicata in modo impietoso. Però con il tempo e dagli errori ho imparato alcune lezioni semplici semplici che mi aiutano ad andare avanti anche in questo periodo in cui per gli altri a prima vista sono una donna disoccupata, grassottella, con tre figli originali.

Condivido con voi:

  • Voti, punteggi, stipendi, superficie in mq della casa, cilindrata della macchina non definiscono il valore di una persona, né nel bene né nel male;
  • Nessuno è perfetto: facciamo del nostro meglio sempre! ma non aspettiamoci la perfezione da noi stessi e nemmeno dagli altri;
  • Se c’è un problema non cerchiamo il colpevole: cerchiamo la soluzione;
  • Diventiamo indulgenti e compassionevoli prima nei confronti degli altri, ma con ancora più fatica nei confronti di noi stessi;
  • Cuor contento ciel l’aiuta: non esiste proverbio più vero di questo a mio avviso. Affrontiamo le salite e le discese, comprese le cadute, con serenità, autoironia e con un occhio fiducioso verso il futuro;
  • Impariamo a chiedere aiuto: non c’è nulla di male. Siamo su questa terra per aiutarci a vicenda e per tanti che ci rideranno in faccia o semplicemente si volteranno indifferenti ne troveremo uno che sarà disposto ad aiutarci con il cuore e nasceranno rapporti eterni anche se non vedremo più quella persona;
  • Impariamo ad ascoltare. Senza proferire parola e senza giudicare. Un sorriso dice molto di più e non fa salire sul piedistallo;
  • Chi non fa non falla;

Fulvia rileggi quello che hai scritto e impara ad applicarlo nella tua vita.

Read more